L'innocenza innata.

scritto da Michele 57
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Autore del testo Michele 57

Testo: L'innocenza innata.
di Michele 57

L'INNOCENZA INNATA.

Si è soliti frequentemente dissertare, pervasi da una sorta di sentimentalismo, tanto diffuso quanto concettualmente sterile, intorno ad una pretesa e primordiale bontà, che albergherebbe intonsa nell’animo dei fanciulli; quasi che l'infanzia dovesse costituire, di per se stessa, una sorta di limbo dorato, del tutto alieno dalle miserie e dalle asprezze che connotano il successivo transito alla volta dell'età adulta.

Per parte mia, avendo conservato una memoria insolitamente nitida, riandante finanche ai più verdi dei miei anni, non posso che scorgere in siffatte opinioni il diretto effetto dell’ennesimo abbaglio d'ascendenza roussoviana di quest’epoca, ormai resasi incapace di poter guardare in viso persino la stessa realtà delle cose. Al contrario, per lo meno relativamente a quanto mi concerna, il semplice ossequio al vero starebbe a mostrare, ad esempio, come, assai di sovente, il netto rifiuto della volgarità, del rumore e della villania si manifesti, invece, sin dalla più tenera infanzia, attraverso le forme, pressoché spietate, di una reattività di carattere geometrico, non ancora temperata dalla morale cristiana e, quindi, da una razionale valutazione dell’accettabilità sociale delle proprie azioni.

Rammento, nel proposito, come, all’età di soli cinque anni, io già nutrissi una profonda ed istintiva avversione, nei confronti di qualsiasi estrinsecazione di rozzezza e di strepitante disordine. Trovandomi un giorno a passare per la camera da letto dei miei nonni, scorsi la domestica di casa — creatura oltremodo volgare e rumorosa — inginocchiata sul pavimento, accinta a stendervi la cera; profittando anche del fatto che mi volgeva le spalle e che, dunque, non sarebbe riuscita a fermarmi, non esitai a ricercare un rimedio che ponesse fine alla sua molesta presenza. Tratta dal cassetto del comodino la rivoltella che il nonno vi custodiva, presi la mira, esercitando una salda pressione sul grilletto, nell’intento di eliminare definitivamente la fonte di quella estetica sconvenienza; per pura ventura del Fato, l'ordigno si trovava ad essere bloccato dal fermo della sicura, sicché l'intiero accadimento si risolse senza spargimento di sangue alcuno, stemperandosi unicamente in uno spavento della povera cameriera e nella successiva somministrazione di svariati e provvidenziali sonori scapaccioni al mio riguardo, ad opera di mia madre, che, richiamata dalle grida di terrore della vittima, mi aveva proprio colto sul fatto. Il nonno, dal canto suo, si limitò a redarguirmi severamente, ma, da quel giorno, la sua rivoltella venne ad essere scrupolosamente chiusa a chiave, in un cassetto del comò.

Non meno geometricamente rigorosa dovette poi rivelarsi, all’incirca appena un anno più tardi, la strategia che escogitai nei confronti di taluni compagni di giuoco, i quali si erano resi colpevoli dell’uso di un tratto villano nei miei confronti. I genitori e la governante mi avevano a lungo ammonito circa la letale perniciosità della cicuta, affermando, con pedagogica fermezza, che l'odorarne il fiore avrebbe fatalmente cagionato la morte del malcapitato, nel corso della notte successiva, fra gli spasmi di un terribile mal di pancia. Fatto tesoro di quella nozione, al fine di poter eliminare definitivamente gli autori dei fenomeni di maleducazione al mio indirizzo, concepii, dunque, un giuoco d'ingegno: bendati gli occhi di tutti i partecipanti, ciascuno avrebbe dovuto riconoscere, dall’essenza emanata dai diversi boccioli, quale fosse il fiore che gli era stato fatto odorare; la vittoria sarebbe andata a chi si fosse dimostrato maggiormente perspicace, nel discernerne correttamente la fonte vegetale dell’effluvio. Collocato astutamente un fiore di cicuta nel novero delle erbe, giovai me medesimo di un esiguo pertugio nella benda, grazie al quale mi si rendeva possibile il ravvisare l’approssimarsi dell'insidia venefica, sospendendo il respiro, laddove i miei avversari, del tutto ignari dell’inganno, quando ne capitava il turno, procedevano, invece, ad inalarne pienamente la fragranza.

La mattina seguente, pervaso da una trepida certezza, mi recai dinnanzi all’abitazione di due di quei miei compagni, invano ricercando nei lineamenti della madre il cinereo contorno del lutto per un decesso da mal di pancia, ma, con mia somma e dolorosa delusione, alla mia domanda se i suoi figli si fossero già risvegliati, la donna si limitò a chiamarli ad alta voce ed i fanciulli comparvero sulla soglia, del tutto indenni e pronti a rincorrere nuovamente i balocchi del giorno prima, ad evidente scorno della scienza medica dei miei educatori e del mio piano di giustizia domestica.

Per lo meno, quella volta, nessuno venne a conoscenza del mio tentativo omicidiario e, di conseguenza, nemmeno mi toccò di dover subire la consueta meritata razione di botte. Tutto ciò considerato, pur a distanza di così tanti anni, ancora non saprei valutare davvero se, sul piano sostanziale, io debba programmaticamente stimarmi un mostro, ovvero possa ritenere che, per un fanciullo di quell'età, un tal genere di pulsioni e di pensieri fosse invece da potersi ascrivere al novero delle manifestazioni emotive del tutto normali. Giro, dunque, la domanda agli eventuali lettori di questo mio ricordo e, soprattutto, a coloro fra questi ai quali è poi toccata in sorte la ventura di vedermi crescere ed invecchiare.
L'innocenza innata. testo di Michele 57
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